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	<title>Contaminazioni Positive</title>
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	<description>Marketing, Ricerche di Mercato, Advertising, Creatività, Web, Video, Tecnologie</description>
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		<title>Intervista a Marcello Mancini, fondatore e CEO di Performance Strategies</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 08:26:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Contaminazioni Positive ha incontrato Marcello Mancini, CEO di Performance Strategies, per parlare della formazione manageriale in Italia. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/intervista-a-marcello-mancini-fondatore-e-ceo-di-performance-strategies">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/DSC_4848.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4868" title="DSC_4848" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/DSC_4848.jpg" alt="" width="637" height="424" /></a>Com’è nata Performance Strategies e quali sono state le tappe più importanti del suo sviluppo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ero responsabile marketing di una holding che mi lancia questa idea: organizzare un evento formativo per la propria rete vendita. Decido di chiamare il corso “Performance Strategy”, vale a dire: la strategia per raggiungere un risultato, una performance desiderata. Questa idea piace, e il management dell’azienda mi propone di organizzare una seconda edizione dopo la quale “Performance Strategies” diventa un’Azienda a tutti gli effetti, e di cui io divengo subito Direttore Generale. Dopo 3 mesi sono nominato Amministratore Delegato, e dopo un anno rilevo l’azienda divenendone l’unico titolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il suo posizionamento ora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia molte aziende che si occupano di formazione operano per la maggior parte nello stesso “stagno”, usando lo stesso linguaggio e proponendo gli stessi prodotti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il posizionamento di Performance Strategies nasce invece da una domanda: “Che cosa succederebbe se… creassimo quello che ancora non c’è?”. Parafrasando “Strategia Oceano Blu”, la sfida di Performance Strategies è stata quella di vincere senza competere. Il risultato è stato costruire grandi eventi, percorsi di formazione ed esperienze di apprendimento orientate al risultato, con speaker provenienti da ambiti diversi, capaci di cambiare i paradigmi dell’ambiente in cui operano ridefinendone i limiti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Su quali canali di comunicazione avete puntato e come è cresciuto il vostro business con i social media?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Essendo un uomo “di rete” proveniente dal “network marketing”, ho imparato che la struttura commerciale di un’Azienda deve essere diversificata su più canali. Noi abbiamo puntato su questo creando una pluralità di linee commerciali, con business partner, interlocutori istituzionali, distributori, reti interne, social-media partner, ecc., facendo in modo che il nostro modello potesse reggersi su più “gambe”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte loro, i social media hanno rappresentato una grande rivoluzione, poiché hanno permesso di entrare in stretta relazione con l’utente finale costruendo con esso una relazione quasi personale. Noi su questo abbiamo investito molto, sia dal punto di vista umano che economico, con risorse che si occupano esclusivamente di questa area, a partire dal blog aziendale che racconta la vita dell’azienda alla blogger hub che, durante gli eventi, racconta in diretta quello che sta succedendo, finendo con i social network, e in particolare Facebook, Twitter e LinkedIn. Questo ci ha permesso di creare una relazione stretta, “confidenziale” con il nostro cliente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché si ha così bisogno di formazione manageriale? Com’è il livello in Italia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alla crisi e alla recessione dei consumi, non è opportuno fare una guerra sui prezzi. Molto più intelligente è decidere di competere sul valore del prodotto offerto, ma questo è possibile solo sfruttando al meglio la leva competitiva che l’imprenditore possiede, e cioè la propria testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Serve creatività per aumentare la qualità percepita dei servizi e dei prodotti offerti. Le competenze che possiedi ti hanno portano dove sei, ma di quali strumenti hai bisogno per raggiungere lo step successivo? In questo momento non si devono tagliare i propri sogni, ma aumentare le proprie competenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto è utile la formazione manageriale all’interno del marketing mix di un’azienda?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il marketing mix non è altro che l’espressione di una strategia proveniente dalla mente dell’imprenditore. I risultati sono il frutto di azioni, e le azioni – a loro volta – sono il frutto di modelli di convinzioni. È come fare un parallelismo con un lago che abbia degli affluenti che partono tutti dalla stessa sorgente. Ecco, la sorgente sono i pensieri che nutre l’imprenditore di fronte ad un determinato scenario. Il lago è l’azienda e il suo ambiente; i fiumi, gli emissari e gli affluenti sono invece il marketing mix, ovvero le leve di cui l’imprenditore dispone. Ma la formazione, in questo processo, è a monte, là dove è la sorgente. Come diceva Einstein: “Non è possibile risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che lo ha generato”. A fronte di una data strategia di marketing, sono i modelli di convinzione che animano l’imprenditore ad avere l’impatto più significativo sulla propria azienda o – se preferite – sul proprio lago.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali valori riscontra un cliente in Performance Strategies?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il valore principale è quello di formazione retta da risultato. Noi abbiamo coniato il concetto di ROIF, il Return on Investment sulla Formazione, cioè: per formarmi impiego tempo e risorse, ma quanto mi rendono queste una volta terminato il percorso? Di qui la missione di Performance Strategies: fornire strumenti – la cassetta degli attrezzi – utile al partecipante a raggiungere i propri obiettivi già dal giorno successivo; una formazione orientata non al “marketing”, ma al risultato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro valore è l’esperienzialità. A Performance Strategies abbiamo iniziato un nuovo modo di fare formazione, utilizzando le emozioni: quindi eventi ad alto impatto emotivo in cui il cliente si sente davvero protagonista, anche grazie alla cura maniacale del dettaglio. In questo modo, abbiamo creato – ancora una volta – qualcosa che in Italia non c’era, e cioè: la quantità nei numeri, con la qualità nella cura del dettaglio o – come mi piace dire – l’impatto dello stadio con l’esperienza del teatro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Generalmente da quali elementi si comprende che un seminario di formazione ha avuto o sta avendo successo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da quante persone arrivano, e da quante persone tornano. Le persone che arrivano hanno a che fare con quello che hai costruito, e qui restano di fondamentale importanza le variabili del marketing. Quando le persone tornano, invece, significa che quello che hanno messo in pratica ha portato loro risultato, quindi la misura del ROIf.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ultima domanda chiediamo sempre al nostro intervistato cosa vuol dire secondo lui il nome del nostro portale, Contaminazioni Positive.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con questa domanda, toccate un argomento a cui siamo molto sensibili, in quanto Performance Strategies è stata l’Azienda che in Italia ha portato all’interno dei propri eventi ogni tipo di “contaminazioni positive” provenienti da tutti gli ambiti: il mondo scientifico, universitario, imprenditoriale, della leadership, ed artistico. La contaminazione è un valore fondamentale per i nostri tempi, e – in questo – noi e il vostro portale ci sentiamo assolutamente affini.</p>
<p style="text-align: justify;">a cura di <a href="v.ziliani@contaminazionipositive.it" target="_blank">Valentina Ziliani</a></p>
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		<title>Le Contaminazioni del mese &#8211; Maggio</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 08:11:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le segnalazioni di Contaminazioni Positive sulle ultime novità: mostre, libri, app, eventi, web e video. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/le-contaminazioni-del-mese-maggio">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><a href="http://www.gamec.it/PagStd.aspx?Codice=MOS918" target="_blank"><strong>La mostra “Arte Povera in città”</strong></a></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">La GAMeC, Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, e altri spazi cittadini ospitano fino al 15 luglio l’ultima tappa della mostra-evento curata da Germano Celant<span>  </span><a href="http://www.artepovera2011.org/index.php?pag=evento" target="_blank">“Arte Povera 2011”</a> che, dallo scorso settembre, ha già toccato altre città della penisola: Bologna (MAMbo), Roma (MAXXI), Torino (Castello di Rivoli), Milano (Triennale), Napoli (MADRE), Bari (Teatro Margherita).</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Il progetto celebra uno dei più importanti movimenti dell’arte italiana di ambito concettuale e i suoi protagonisti: Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Gilberto Zorio.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Il percorso espositivo si articola in più sedi tra cui, oltre alla GAMeC, il Palazzo del Podestà , Porta San Giacomo, il Chiostro di Sant’Agostino, il Chiostro San Francesco, Piazza Vecchia e il Fontanone Visconteo sottostante l’ Ex Ateneo e racconta attraverso opere e installazioni la storia dell’Arte Povera dalla sua nascita, nel 1967, ai giorni nostri.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><strong>Il libro “A lezione dai Mad Men. Come evolve la pubblicità”<a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/lezione-dai-mad-men.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4854" title="lezione dai mad men" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/lezione-dai-mad-men-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a></strong></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Edito da Il Sole 24 Ore, il libro di Adele Savarese ed Emma Gabriele ripercorre la storia del marketing utilizzando come filo conduttore la serie culto americana &#8220;Mad Men&#8221; ambientata a New York nel periodo d&#8217;oro dell&#8217;advertising, gli anni &#8217;60, e i suoi personaggi: i pubblicitari dell&#8217;agenzia Sterling&amp;Cooper e del loro direttore creativo Don Draper. Un libro denso di contenuti che, oltre a far dialogare il passato dell’advertising con il suo presente, propone esempi di campagne pubblicitarie, case study e interviste a noti creativi come Jacques Séguéla, Alex Brunori, Francesca De Luca, Pasquale Diaferia, Francesco Emiliani, Massimo Guastini, Roberto Maraggia e Alessandro Orland.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">A supporto del lettore è stato inoltre creato il sito <a href="http://www.madmenadv.com/" target="_blank">www.madmenadv.com</a> dove è possibile trovare le campagne citate nel testo.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><strong><span lang="EN-US">La App <a href="http://www.artauthority.net/" target="_blank">“Art Authority&#8221;</a></span></strong></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Una app dedicata alle opere più famose che hanno fatto la storia dell’arte. Un archivio che raccoglie più di 50mila immagini accompagnate da un scheda descrittiva che ne identifica titolo, autore, anno di esecuzione, periodo, tecnica, museo in cui l’opera è custodita; un’applicazione per iPad e iPhone che offre, inoltre, diverse possibilità di utilizzo come individuare le opere vicine a dove siamo, confrontare opere simili nei colori e nei contenuti, trovare immagini ad alta risoluzione e condividere su Twitter i dipinti o le sculture preferite.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><a href="http://www.minube.it/" target="_blank"><strong>Il sito minube.it</strong></a></p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">La comunità virtuale dei viaggiatori. Un sito e una app per condividere esperienze di viaggio, trovare e dare consigli, organizzare le proprie vacanze: dove alloggiare, mangiare e i luoghi più belli e curiosi da visitare.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">FB</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Intervista a Luisa Sacchi e Luca Traverso di RCS MediaGroup</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 08:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Parole su carta o su…schermo? 
Luisa Sacchi e Luca Traverso di RCS MediaGroup ci parlano della rivoluzione multimediale nell’editoria, di social network e di modelli di interazione nella comunicazione digitale. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/intervista-a-luisa-sacchi-e-luca-traverso-di-rcs-mediagroup">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/Rcs.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4835" title="Rcs" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/Rcs.jpg" alt="" width="400" height="229" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>RCS MediaGroup è un colosso dell’editoria e dell’informazione. Qual è il vostro posizionamento ora e i vostri progetti futuri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luisa Sacchi</em>: RCS è un editore tradizionalmente molto spostato sulla carta: siamo leader di mercato nel settore dei quotidiani con Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport; co-leader nel mercato dei periodici; abbiamo poi un gruppo editoriale e librario che è il secondo in Italia dopo la Mondadori. I nostri assi portanti sono quindi 3: quotidiani, libri e periodici. Naturalmente questi tre settori sono al guado di un’importante trasformazione verso il trattamento digitale dei contenuti poiché siamo coscienti che ciò che produciamo non sarà per sempre fruito sulla carta. In questo momento abbiamo pertanto un mix di fruizione, e stiamo attuando grossi investimenti sia sul web sia sulle app poiché sappiamo che questa sarà la strada maestra del nostro sviluppo. Siamo naturalmente molto attenti alla parte cartacea poiché costituisce ancora la parte più significativa del nostro presente di business. Se valutiamo il nostro business in un’ottica di trend, ci rendiamo conto che la direzione è il web e le applicazioni: a tal proposito abbiamo recentemente sviluppato una nuova edizione digitale nativa proprio per rafforzare questa strategia; se invece determiniamo una dimensione numerica, attualmente la carta gioca un ruolo primario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I dati di vendita del cartaceo hanno però fatto registrare un calo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luisa Sacchi</em>: I cali della carta negli ultimi anni sono stati sicuramente consistenti ma anche legati a nuovi progetti come l’apertura di un importantissimo sito di notizie che è <a href="http://www.corriere.it/">Corriere.it</a> che ha milioni di visitatori e utenti unici al giorno. Negli ultimi due anni se confrontiamo il dato di distribuito e di venduto in edicola del Corriere della Sera aggiungendo i dati di abbonamento iPad della versione digitale del Corriere della Sera, ci rendiamo conto che la somma è maggiore questo anno rispetto allo scorso. Gli abbonati ai tablet sono 60000 e il calo che s’è registrato in edicola è di molto inferiore a questo numero. Complessivamente se ci dobbiamo riferire agli ultimi due anni, il calo è stato sicuramente compensato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il trend generale, indubbiamente, è quello di un lettore misto che duranti i giorni feriali consulta il Corriere.it, mentre nei giorni festivi preferisce comprare la versione fisica. Un dato che conferma questo fenomeno è un’inversione dei giorni di vendita: una volta i giorni più forti di vendita del cartaceo erano dal lunedì al venerdì, ora sono il sabato e la domenica: questo perché durante la settimana si preferisce fruire della versione online direttamente dal computer dell’ufficio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si sta assistendo ad una progressiva tendenza di tutte le testate online nel far pagare i contenuti: solo una scelta economica o un modo per tutelare maggiormente il prodotto intellettuale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luca Traverso</em>: Corriere della Sera non è ancora arrivato a una decisione di questo tipo, ma le motivazioni della domanda sono entrambe valide: da un lato c’è un aspetto di natura economica, poiché la lettura si sposta verso supporti digitali abbandonando la carta ed è più complicato continuare ad utilizzare un modello di business, usato fino a oggi, che collega l’acquisizione di un prodotto da parte del cliente ad un pagamento; di conseguenza gli editori sono costretti a cercare di capire in che modo il contenuto editoriale, quello per cui ancora oggi si paga, possa essere prezzato sul supporto digitale. Molti sono i tentativi in corso, sia oltreoceano che nel mondo anglosassone, che vanno in questa direzione. Credo quindi come editore che sia opportuno porsi questo problema: oggettivamente il venir meno dei ricavi editoriali tout court genera un cambiamento nel modello di business e una sostanziale riduzione dei nostri introiti; pertanto penso sia legittimo pensare a forme alternative di pagamento.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte c’è anche la tutela dei contenuti: quello a cui abbiamo assistito in questi anni è la tendenza dei famosi “aggregatori” a raccogliere contenuti non loro facendo un business riassumibile nella formula “piace vincere facile”: non avendo i fondi per creare dei contenuti propri, si limitano ad aggregare quelli di terzi presentandosi sul mercato pubblicitario come degli editori che, al contrario, creano contenuti esclusivi ed originali. È chiaro che da questo punto di vista noi di RCS guardiamo a modelli a pagamento che siano in grado di contrastare chi invece semplicemente aggrega contenuti non originali e propri. L’insieme di queste due fattori ci fa riflettere su un modello a pagamento che è oggettivamente difficile da imporre dopo 20 anni di Web free, una struttura che ha generato un’attesa da parte del consumatore verso la fruizione di contenuti editoriale su base gratuita. Credo sia difficile immaginare che gli editori possano imporre, dall’oggi al domani, un modello a pagamento; allo stesso tempo è doveroso individuare dei modelli per cui anche la parte di natura editoriale da parte dei ricavi (circa il 50%) possa essere tutelata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlando di blog, pensate che le testate online possano seguire il modello di <em><a href="http://www.huffingtonpost.com/">The Huffington Post</a> </em>per non sembrare semplici aggregatori di lanci d’agenzia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luca Traverso</em>: Questa affermazione è opinabile poiché il Corriere.it non è un semplice aggregatore di lanci d’agenzia. Noi abbiamo costruito il nostro sito come uno strumento informativo completo nel mondo del Web che include un flusso delle notizie, quindi il notiziario, accompagnato da una parte di commenti autorevoli e significativi. Vogliamo considerare quindi la faccia più web del giornale, con approfondimenti, con l’ambizione di dare un quadro molto chiaro e analitico del mondo in cui viviamo attraverso commentatori e firme che sono specifiche del mondo Corriere della Sera e che individuano molto bene il nostro prodotto editoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il web ci offre naturalmente la possibilità di aprire ai commenti dei lettori tutto questo; ahimé con le difficoltà di questo momento. I siti dei giornali sono sottoposti alla stessa legge dell’editoria che riguarda la carta stampata, di conseguenza il direttore del giornale diviene responsabile di tutti i contenuti che sono pubblicati: per questo è una questione molto complessa aprirsi ai commenti dei lettori, elementi non sempre controllabili e che a volte, se passibili di denuncia, genererebbero un problema a chi il giornale lo dirige. Questa la difficoltà che abbiamo come siti di giornali a moderare l’enorme flusso di commenti che arrivano: è una premessa doverosa, questa, che evita polemiche sulla nostra lentezza a pubblicare i commenti per moderare quelli di chi, spirito libero sul web, vuole dire la sua in maniera diretta a una carica importante dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Huffington Post è un modello che va oltre il commento dei lettori perché sono i blogger autorevoli che vengono esaltati e messi in condivisione con tutta la community che visita il sito, che altro non è che un sito di news caratterizzato da un ruolo significativo di firme importanti. Noi crediamo di aver già intrapreso un lungo percorso verso un modello simile, infatti abbiamo dei blog interni molto significativi: <em><a href="http://27esimaora.corriere.it/">La 27esima Ora</a></em> che si occupa di tematiche femminili; <em><a href="http://solferino28.corriere.it/">Solferino 28 Anni</a></em>, dedicato alla fascia di età 20-30; <em><a href="http://invisibili.corriere.it/">Invisibili</a>,</em> attento alle tematiche riguardanti le persone disabili. La scelta che abbiamo fatto per il momento è quella di sviluppare al nostro interno uno spazio di blog prestigiosi che lavorano nella nostra struttura web senza creare un sito ad hoc esterno. Questo è un esempio di come il Corriere raccoglie la lezione dell’Huffington Post – senza dimenticarci che in America è finito per diventare un vero competitor del New York Times.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli ultimi anni si è assistito a un vero boom dei corsi universitari di comunicazione ed editoria. Cosa ne pensa e come è il livello qualitativo in Italia secondo lei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luisa Sacchi</em>: RCS ha tutti gli anni degli stagisti che provengono proprio da questi corsi (Bocconi o Politecnico, ad esempio): il livello di preparazione dei ragazzi è molto buono e a volte non c’è solo capacità ma una vera passione, un progetto e una forte volontà. Credo che questi elementi li rafforzino: sono fermamente convinta che la passione professionale sia un ingrediente straordinario nel mix delle caratteristiche necessarie. Il problema, però, è il mercato del lavoro: purtroppo l’editoria è un settore mediamente in difficoltà che sta subendo delle trasformazioni importanti che non portano, nel loro corso, a facili sviluppi di ricavi ma a contrazioni e ricerche di nuove formule di business.</p>
<p style="text-align: justify;">L’editoria, poiché un settore generalmente sensibile alle crisi e alle contingenze economiche a causa dello stretto rapporto col mercato pubblicitario, non è certamente in un momento fiorente. Capita quindi di assistere all’affacciarsi di ragazzi formati e pronti, con una buona visione internazionale, in più motivati, armati di una vera determinazione che lavorano con noi per sei mesi ma che poi non continuano perché non siamo in grado di trovare una collocazione nelle nostre organizzazioni. Il mercato in questo momento per loro è molto difficile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I social network, in quanto <em>lifestream</em>, soppiantano a volte le testate e le agenzie anticipando notizie o talvolta fornendo critiche e spunti di riflessione. Che cosa ne pensa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luca Traverso</em>: Noi guardiamo ai social network, quindi ai due principali, Facebook e Twitter, con grande interesse. Siamo presenti su entrambi e consideriamo che questi network, proprio per la loro capacità di aggregare traffico, ci offrano la grande opportunità di arrivare ad un tipo di pubblico che non è il nostro abituale, ma più giovane. Allo stesso tempo, è inevitabile che questi media finiscano per lavorare sulle nostre stesse notizie: in alcuni casi la creano loro (maggiormente vero per Twitter perché chi ha più followers sono proprio i giornalisti o gente di comunicazione, che quindi generano un traffico più rapido rispetto alle agenzie di stampa); in altri casi succede che si trovino le notizie direttamente linkate. Consideriamo quindi tutto questo un’enorme opportunità che stiamo cogliendo e che coglieremo sempre più perché credo che possa divenire un link sempre più forte che ci collega ad un target di persone più native digitali, offrendoci una modalità di raggiungerle che altrimenti non avremmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Li considero per il momento degli alleati per il nostro business e per aumentare l’audience del nostro brand.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ultima domanda chiediamo sempre al nostro intervistato cosa vuol dire per lui il nome del nostro portale, Contaminazioni Positive.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Luisa Sacchi</em>: Mi sembra un termine molto suggestivo in rapporto a quella che è un po’ la nostra condizione professionale di questo momento: una persona come me che lavora da decenni nell’editoria e molto legata al prodotto cartaceo si è trovata negli ultimi tempi ad avere a che fare con un fenomeno dirompente della rete e dei cambiamenti delle abitudini degli interlocutori e dei lettori; penso che l’atteggiamento giusto sia quello di farsi contaminare positivamente, quindi di cogliere nuove opportunità e occasioni di crescita e sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">A cura di Valentina Ziliani e Andrea Signorelli</p>
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		<title>MIA: a Milano tornano la fotografia e il video d&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Milano ha omaggiato per il secondo anno consecutivo l'arte della fotografia e del video con MIA, la fiera dell'immagine diventata già un appuntamento di culto <a href="http://www.contaminazionipositive.it/mia-a-milano-tornano-la-fotografia-e-il-video-darte">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/logo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4827" title="logo" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/logo-300x122.jpg" alt="" width="300" height="122" /></a>Dopo aver ospitato dal 17 al 22 aprile le più innovative proposte del design<span>  </span>e aver accolto un folto pubblico di addetti ai lavori e appassionati, Superstudio Più, il noto spazio milanese al n. 27 di via Tortona, è stato protagonista lo scorso fine settimana della seconda, attesa edizione della <a href="http://www.miafair.it/" target="_blank">Milan Image Art Fair</a>, la fiera dedicata esclusivamente alla fotografia e al video.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Inaugurata giovedì 3 maggio, l’esposizione è rimasta aperta al pubblico nelle giornate di venerdì, sabato e domenica dando l’opportunità ai visitatori di incontrare più di 200 espositori nazionali e internazionali e vedere da vicino le opere degli <span> </span>artisti della macchina fotografica e della cinepresa, ciascuno presentato con una piccola personale.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Nata nel 2011, MIA Fair, evento ideato e curato da Fabio Castelli, <span> </span>è l’ unica fiera dell’arte italiana rivolta alla fotografia e alla video arte. Oltre alle proposte artistiche degli stand, la manifestazione ha previsto quest’anno un fitto programma di workshop, tavole rotonde, incontri, presentazioni editoriali, oltre a una sezione dedicata al libro d’artista e alla proposta di <a href="http://www.miafair.it/progetti-speciali_pag_pg53_ita.aspx" target="_blank">progetti speciali</a> che hanno raccolto un selezionato gruppo di fotografi e un’ area riservata alla fotografia di moda fine art.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">FB</p>
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		<title>Circo Zoé, quando la vida es sueño</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 13:45:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una compagnia francese e italiana, in bilico tra teatro, danza e musica: ecco a voi la magia del Circo Zoé. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/circo-zoe-quando-la-vida-es-sueno">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/tract_rectoJPG.jpg"><img class="aligncenter" title="tract_rectoJPG" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/05/tract_rectoJPG-706x1024.jpg" alt="" width="384" height="557" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Può succedere a volte: uomini che volano, camminano su un filo o fluttuano nell&#8217;aria come a voler sfidare la forza di gravità. Questa è la magia del circo, spettacolo che miscela le arti teatrali, musicali e della danza e che affascina sin dai tempi degli antichi Romani grazie a un&#8217;atmosfera totalmente eccentrica e onirica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel solco della tradizione del circo di strada, si muove il <strong><a href="http://www.wix.com/circozoe/compagniedecirque" target="_blank">Circo Zoé</a></strong>, compagnia variegata culturalmente (composta da tre artisti francesi e quattro italiani) e come formazione (include 6 artisti circensi e un musicista) e che approda, dopo il debutto al Teatro Astra di Torino, venerdì 4 Maggio al Teatro Sociale di Bergamo con lo spettacolo <em>Zoé</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La compagnia si è formata attraverso una rete di conoscenze ed amicizie legate dalla passione per lo spettacolo ed in particolare al circo. I primi incontri sono avvenuti nell&#8217;ambito del sociale e del teatro di strada proprio nella città di Bergamo (tre artisti di origine bergamasca); i contatti si sono poi allargati a Torino alla scuola di circo Vertigo e in seguito all&#8217;Académie Fratellini a Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spettacolo, che porta lo stesso nome della compagnia, racconta un sogno e gli elementi dell&#8217;esperienza onirica intrecciati all&#8217;espressione dell&#8217;arte circense e musicale. Non solo una compagnia, quindi, ma anche una forte volontà introspettiva che si traduce quasi in un manifesto programmatico della vita e dell&#8217;arte: &#8220;Il nome della compagnia è composta da due parole, Circo e Zoé. <em>Circo</em> perché per noi è importante sottolineare l&#8217;importanza del circo come arte e come storia: il circo racchiude un universo che oltrepassa il momento dello spettacolo, racchiude una scelta di vita, una scelta di fare spettacolo e di espressione artistica che comprende molti aspetti della vita, una vera condivisione artistica e umana&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Col termine &#8220;vita&#8221; s&#8217;intende non tanto la &#8220;bios&#8221;, quanto il concetto del filosofo Agamben &#8220;<strong>vita nuda</strong>&#8220;, una scelta che il Circo Zoé sente come propria poiché affine all&#8217;arte popolare circense, percepita a torto come secondaria rispetto alle arti classiche. Zoé e l&#8217;omonimo spettacolo nascono pertanto dalla scelta di imboccare una direzione artistica e di vita sì incerta, ma resa forte dall&#8217;unione virtuosa del collettivo che punta a difendere un&#8217;arte, quella del circo di strada, che in Italia non ha ancora trovato il suo riconoscimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla volontà di condividere una passione si è pensato di creare e dare vita a un progetto: dalla scorsa estate si è sviluppato uno spettacolo che ha avuto una preparazione nomade, divisa tra Francia e Torino, tra scuole di circo e residenze artistiche. <em>Zoé</em> ha come riferimento il circo contemporaneo di stampo francese, nazione non solo in cui questa disciplina artistica si è diffusa e rafforzata, ma anche d&#8217;origine del regista di <em>Zoé</em>, Guillaume Bertrand, che col suo bagaglio personale di esperienze, in particolare quella  come danzatore con il coreografo Josef Nadj, ha saputo guidare un gruppo composito, competente e motivato. E originale: la presenta nella compagnia di un compositore musicale che ha scritto ad hoc le colonne sonore di pari passo con la creazione dello spettacolo è sicuramente un valore aggiunto rispetto alle compagnie tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno spettacolo all&#8217;insegna delle contaminazioni positive e delle emozioni forti: il Circo Zoé vi aspetta, prima di partire per il Marocco a fine Giugno, al Teatro Sociale di Bergamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per info: <a href="www.circozoe.com">www.circozoe.com</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="mailto:v.ziliani@contaminazionipositive.it" target="_blank">Valentina Ziliani</a></strong></p>
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		<title>Intervista a Victoria Legrand, cantante dei Beach House</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 08:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dream-pop, ovvero atmosfere oblique, parole come simboli, ispirazioni visive. Questo il mondo in cui si muove la musica del duo americano che risponde al nome di Beach House. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/intervista-a-victoria-legrand-cantante-dei-beach-house">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/MG_8045.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4740" title="_MG_8045" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/MG_8045-682x1024.jpg" alt="" width="384" height="576" /></a>Teen Dream</em> è stato uno dei migliori dischi del 2010, apprezzato da critici e accolto dai fan con entusiasmo; inoltre ha creato molto brusio in tutto il web. Il disco è diventato famoso anche attraverso il passaparola, i social media e blog. Cosa è cambiato rispetto al disco precedente, anche da un punto di vista di comunicazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La cosa che è cambiata di più è sicuramente il tempo che passiamo viaggiando o in movimento. E’ dall’estate del 2009, il periodo in cui è stato registrato <em>Teen Dream</em>, che siamo costantemente lontani da Baltimora. Ci ha lusingato sapere che il disco ha avuto un responso così positivo, eravamo eccitati anche perché la rete e il passaparola sono stati protagonisti della diffusione della nostra musica. Il pubblico si è diversificato e a ogni concerto abbiamo visto arrivare sempre più gente. Sì, sicuramente c’è stato un brusio, ma la cosa è stata così veloce che ci ha sorpreso constatare le dimensioni di questa azione partita dalla rete.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pubblico, soprattutto, è parte integrante dei nostri show: traiamo così tanta energia dalle urla, dai cori, dalle vocalizzazioni, grida, pure baci…c’è una gamma talmente ampia di reazioni fisiche che compenetra perfettamente il mood della nostra musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda domanda è più una considerazione: uno degli elementi che colpisce maggiormente della vostra musica è la capacità rara di dare alle canzoni una forma, un senso logico: nulla è lasciato al caso o al posto sbagliato. Si può sentire un’estrema coerenza ed onestà nelle composizioni e allo stesso tempo una cura per l’armonia e le melodie che sono magnifiche. Vi trovo molto vicini alle composizioni di Burt Bacharach e al modo di fare musica degli anni ’60-’70, probabilmente anche per la tua voce che dà un allure di grandezza e di epicità a tutta la canzone. </strong><strong>Che cosa pensi a riguardo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace quello che hai detto. Quando Alex ed io abbiamo iniziato a lavorare assieme, entrambi ascoltavamo la stessa musica come gli Zombies e roba degli anni ’60-‘70 e ci stupivamo di quanto fosse tutto meraviglioso. Abbiamo imparato molto dalle strutture musicali di quegli anni. Per la nostra musica volevamo fare qualcosa di epico, ma allo stesso tempo qualcosa di molto semplice: è per questo che uso la stessa tastiera bianca che ho dagli inizi, per estrapolare la sensazione più immaginifica ed intensa a livello sonoro. La grandezza di cui parli è data probabilmente dall’impostazione della produzione, più orientata verso forme sonore più ampie con l’aiuto di riverberi e cori.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono d’accordo con tutto quello che dici: Alex ed io più di ogni altra cosa siamo compositori, curiamo la costruzione e siamo attenti che non solo una canzone, ma tutto un album sia potenzialmente un buon album. Credo sia legato a quello che hai detto, alla capacità di scrivere buone canzoni pop che possano rifarsi alla tradizione degli anni ’60. Ora ascoltiamo di tutto ma ci stiamo spostando su alcune band degli anni ’80, ma la cosa che ci ha sempre affascinato è come venivano arrangiate le canzoni, come si poteva portare la canzone a un livello emotivamente alto ed estatico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una domanda doppia: la prima parte riguarda i tuoi testi che sono molto narrativi, poetici e cinematografici. Sembrano raccontare storie sospese in una dimensione gotica e misteriosa. Sei stata influenzata o hai preso ispirazione da qualche scrittore o pittore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono molto attirata dai simboli. M’innamoro di frasi che custodisco gelosamente per mesi e che finiscono nelle canzoni perché voglio credere che ciò accade per una ragione precisa. Per quanto riguarda il fattore artistico, credo molto nel fenomeno dell’instillazione; è per questo che amo cose che riescono a essere molto intense col minimo sforzo, come le parole. Dal secondo disco il fattore lirico è più accentuato, infatti. Nel primo disco le parole, sebbene importanti, si fondono con la musica, a volte nascondendosi. Credo che le parole debbano andare d’accordo con la musica, è dai suoni che proviene la mia ispirazione: cosa mi fa provare la musica, cosa mi fa vedere. Hai usato il termine “gotico”? Credo che sia abbastanza calzante, perché ha a che fare col subconscio e con l’oscurità, che è un lato della nostra musica; io trovo ci sia anche molta luminosità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho un approccio fondamentalmente visuale alla musica: voglio vedere le parole. Se non riesco a ricordare le parole, allora non mi appartengono, perché per quanto mi sforzi a lavorare su di esse, quelle rimangono dove vogliono stare: è un processo molto organico. Una parola è un’idea, un’immagine e un simbolo, ed è importante che crei un’atmosfera unica e panica con la musica. Dal vivo, quando canto è un po’ difficile, per alcuni, capire cosa sto dicendo, quindi non credo che cantare distintamente e chiaramente sia tanto importante quanto l’esperienza combinata di suono e parole vissuta da chi è al concerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni parte di ciò che facciamo è importante: nulla è stato collocato senza avere una ragione precisa. Forse è anche per quello che hai pensato agli anni ’60, musica in cui ogni suono singolo era il risultato di un lavoro pensato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro lavoro è un mix tra due aspetti: l’ispirazione è libera, ma poi viene incanalata in una musica ben strutturata che è il risultato di un processo intuitivo. E’ come un puzzle in cui mettiamo assieme le pause, le parole, i momenti di libertà: quando la sensazione è quella giusta, tutto fluisce in modo innegabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda parte della domanda: ho letto in un’intervista che vi piacerebbe scrivere la colonna sonora per un film. In che tipo di film immagini la vostra musica? Chi sono i tuoi registi preferiti per l’uso della musica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando penso a un film in cui la musica è così intensa, la mia mente va subito a “In the mood for love” di Wong Kar-Wai in cui la musica è sì ripetitiva, sostanzialmente lo stesso tema per tutto il film, abbinata alle scene produce dei cambiamenti di senso che mi colpiscono molto. Ci sono poi altri registi che usano il commento sonoro in modo delizioso: Wes Anderson è molto pop; Sofia Coppola sviluppa un modo di intrecciare luce e musica in modo impercettibile e per niente invasivo. La musica riesce a rendere le immagini tattili, plastiche, vibranti: attraverso le immagini voglio sentire l’essenza fisica delle immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">Un film con la mia musica? Potrebbe essere qualsiasi cosa, davvero, basta che rimanga affascinata dalla storia. La storia potrebbe essere di un amore complicato; basta che mi prenda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei tuoi film…volevo dire, nella tua musica…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È la stessa cosa&#8230;la musica è il film nella mia testa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;nella tua musica si può respirare un’atmosfera quasi sacra, molto intima, in un certo senso mistica, che crea un’unione estatica con i testi. È qualcosa che ha a che fare con il concetto di devozione che è l’idea portante del vostro secondo album?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai inteso l’idea di devozione del secondo album in un modo troppo letterale, poiché è da interpretare in maniera molto libera e sciolta: la sensazione di un legame invisibile con qualcosa che ti senti obbligato a tenere con te nella tua vita, e quindi ti sforzi per dare e prendere e dare e prendere ancora. Questa è una grande parte della nostra vita in quanto musicisti, il concetto di come le cose crescano, diventino più complicate ma allo stesso tempo più appaganti; è l’essere schiavi di qualcosa di ossessivamente piacevole che ti soddisfa e ti rende pieno. Quando scriviamo sentiamo questa forza dietro di noi che ci spinge a creare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parliamo di sogni: di solito riesci a ricordarli? Hai qualche sogno ricorrente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà non ho mai avuto un sogno ricorrente preciso, piuttosto delle persone ricorrenti nei sogni, gente che conosco ma a cui non voglio pensare riappare nei miei sogni. Mi sveglio e penso che non voglio più questa persona, ma poi torna. Dipende da quanto sono stanca, da quanta energia ho, ma generalmente i sogni che mi ricordo sono epici: estremamente terrificanti o estremamente belli. Qualche anno fa ne ho avuto uno bellissimo in cui una persona che sogno spesso mi sorride: potrebbe essere spaventoso, ma è piacevole. È misterioso, ma in un modo positivo, è un sorriso rassicurante, mi sento rilassata – almeno nei miei sogni, perché in realtà non riesco a rilassarmi spesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho incubi, riesco a mantenere un buon livello conscio nei miei sogni: sogno più che altro delle stranezze che mi spaventano un po’. Una volta ho sognato che le onde del mare erano enormi – la cosa strana è che le onde erano fatte da elementi meccanici. Macchinari e oceani non dovrebbero mai mischiarsi! (ride.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Suona come un film di Spielberg…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, credo che sia il capitolo mai realizzato dello Squalo.</p>
<p style="text-align: justify;">a cura di <strong><a href="mailto:v.ziliani@contaminazionipositive.it" target="_blank">Valentina Ziliani</a></strong></p>
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		<title>Burton Attacks!</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 08:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una completa retrospettiva alla Cinémathèque Française celebra il genio di Tim Burton <a href="http://www.contaminazionipositive.it/burton-attacks">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/timburton.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4781" title="timburton" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/timburton.jpg" alt="" width="610" height="341" /></a>Le creature surreali di <strong>Tim Burton</strong> giungono in Europa con una mostra completa e sfaccettata alla <a href="http://www.cinematheque.fr/fr/expositions-cinema/printemps-2012-tim-burto/" target="_blank"><strong>Cinémathèque Française</strong></a> che ripercorre la carriera e il complesso lavoro del regista/artista americano.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">La ricca retrospettiva,<span>  </span>in corso fino al prossimo 5 agosto, fa tappa a Parigi dopo il successo del 2009 al Moma di New York che lo celebrò in occasione dell’uscita del corposo volume <a href="http://www.steelespublishing.com/" target="_blank">“The Art of Tim Burton”</a>, una raccolta di oltre 1000 illustrazioni e vari saggi racchiusi in più di 430 pagine edita anche in formato deluxe in serie limitata, e del film “Alice in Wonderland”.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Oggi, in concomitanza con l&#8217;attuale esposizione, l’attesa del pubblico è invece tutta rivolta a <strong>&#8220;Dark Shadows&#8221;</strong>, nei cinema dall’11 maggio, trasposizione dell’omonima serie culto televisiva trasmessa dalla ABC negli anni ‘60, costruita attorno al personaggio-vampiro Barnabas Collins, interpretato nel lungometraggio dall’affezionato attore burtoniano e camaleontico Johnny Depp.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Definirlo regista è limitativo, l’incontenibile e fecondo genio di Tim Burton si riversa infatti in molteplici ambiti creativi, dal disegno alla pittura, dalla fotografia alla scultura, tutti in rassegna questa primavera alla Cinémathèque e rappresentati dalle numerose iniziative che fanno da imprescindibile corredo alla mostra.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;"><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/mostra-burton.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4782" title="mostra burton" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/mostra-burton-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Oltre al surreale e immaginifico viaggio visivo-espositivo <span> </span>in cui, attraverso <strong>disegni, storyboard, scritti, fotografie, bozzetti, costumi, sculture dal gusto pop, dipinti,  maquettes e video</strong><span>  </span>viene messo in scena l’ universo cinematografico e artistico di Tim Burton popolato dai suoi caratteristici mostri dai grandi occhi ed esili arti e dai suoi eccentrici protagonisti in cui incarna horror, dramma e commedia, il mondo romantico, poetico e orrorifico del visionario regista viene infatti raccontato al pubblico anche da una <strong>serie di cineforum, eventi e cicli di conferenze</strong>.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">Il 5 marzo il maestro della favola contemporanea ha tenuto una speciale lezione di cinema disponibile in visione sul sito della cineteca, mentre ai novelli cineasti, amatoriali e non, e ai fan è riservato il <a href="http://www.dailymotion.com/contest/Timburton" target="_blank">concorso</a> (realizzato in associazione con France Inter e Dailymotion) “à la Burton” aperto a tutti coloro intendano omaggiare il lavoro del protagonista della mostra con un film d’animazione a lui ispirato. I tre vincitori saranno selezionati da una speciale giuria presieduta, naturalmente, da Tim Burton stesso.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">A cavallo tra fantascienza, animazione, commedia noir, ambientazioni gotiche, atmosfere dark, realtà e immaginazione, l’esposizione di Parigi, unica fermata <span> </span>europea del tour già passato, dopo New York, per Toronto (TIFF Bell Lightbox) e Melbourne (ACMI) nel 2010 e Los Angeles (LACMA) nel 2011, offre ai visitatori un’esperienza unica di immersione nella genesi ed evoluzione dei capolavori di Tim Burton e nel suo &#8220;paese delle meraviglie&#8221;.</p>
<p class="MsoNoSpacing" style="text-align: justify;">FB</p>
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		<title>Intervista a Lucio Mistri, proprietario di Gipsy Spa/Scorpion Bay</title>
		<link>http://www.contaminazionipositive.it/intervista-a-lucio-mistri-proprietario-di-gipsy-spascorpion-bay?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=intervista-a-lucio-mistri-proprietario-di-gipsy-spascorpion-bay</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 08:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scorpion Bay, in Bassa California, è meta spirituale di surfisti alla caccia dell'onda più bella. Lucio Mistri, titolare di Gipsy SPA e del marchio Scorpion Bay, ci racconta un'avventura vera in bilico tra marketing e sport. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/intervista-a-lucio-mistri-proprietario-di-gipsy-spascorpion-bay">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/mis2.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-4725" title="mis2" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/mis2-1024x347.png" alt="" width="640" height="216" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è nata e si è sviluppata Gipsy SPA a livello nazionale ed europeo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È nata nel 1977 come piccolo laboratorio artigianale, si produceva maglieria intima per poi evolversi producendo maglieria esterna per tantissimi marchi sport e surf. Abbiamo in seguito pensato di trasferire il nostro know-how produttivo su un marchio vero e originale di surf: è proprio qui che è nato il contatto con Scorpion Bay.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci può raccontare del processo di acquisizione di Scorpion Bay?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sviluppo del progetto di Scorpion Bay è partito nell’Aprile del 1992, data a cui risale il primo incontro con gli americani per l’accordo di licenza per l’Europa. Nel 2003 abbiamo acquisito il marchio per l’Europa e nel 2007 per il mondo: un percorso di vent’anni molto sofferto, vissuto e appassionato. Il marchio era nato negli Stati Uniti nel 1987, quindi quest’anno festeggiamo un doppio anniversario: il venticinquesimo di Scorpion Bay e il trentacinquesimo di Gipsy.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Immagino fervano i preparativi per un evento….</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, stiamo preparando una festa in concomitanza del lancio della collezione estiva 2013; non solo: si sta pensando a un oggetto commemorativo e a un premio ai collaboratori più fedeli che lavorano al nostro fianco da più di 35 anni. Tutto questo il 2/3 Luglio, la location è in fase di definizione, sicuramente in Lombardia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vostra case history è un esempio di successo dell’iter classico del marketing internazionale: strategie di approccio, segmentazione  e infine posizionamento. Quali sono i fattori che avete considerato per non sbagliare strategia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Noi abbiamo portato a casa non solo un marchio vero, ma soprattutto una storia vera con sapori, valori e atmosfere della Bassa California che abbiamo cercato di replicare nelle nostre collezioni che sono aumentate in termine di proposta e di varietà di articoli nel mondo uomo/donna/bambino e accessori per diventare un marchio trasversale che racconta dei valori. Il nostro è un marchio che fa convivere in sé due anime: una americana (come i fondatori, due surfisti) e una messicana (come la località Scorpion Bay, che si trova nella bassa California).<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono stati i canali di comunicazione su cui avete puntato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sin dall’inizio abbiamo lavorato molto con il punto vendita per raccontare con diversi oggetti materici (legno, ferro) una storia che rimandava al luogo d’origine del brand. Questo ci ha contraddistinto e ci ha fatto ricevere dei complimenti per la qualità dei prodotti che presentavamo, oltre alle collezioni, nei punti vendita. Allora erano tempi in cui le aziende consegnavano pochi elementi di supporto alla vendita: la nostra proposta di supporto erano invece dei veri e propri oggetti d’arte realizzati da artigiani locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni abbiamo allargato il nostro modo di comunicare sponsorizzando piloti ed eventi sportivi fuori dai circuiti classici; privilegiamo sport alternativi legati alle nostre radici californiane, quindi surf da onda, windsurf, il motocross (perché per arrivare a Scorpion Bay bisogna attraversare il deserto) e diversi atleti dello sport da scivolamento come il pattinaggio, l’hockey su ghiaccio o lo snowboard. Questi i riferimenti del nostro mondo e del nostro modo di fare sport.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali valori riconosce il cliente in Gipsy SPA/Scorpion Bay (o, rigirando la domanda, di quali valori è portatore il vostro brand?)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Raccontiamo un’avventura, un sogno, un’atmosfera di quei luoghi lontani. Attraverso i nostri prodotti e le loro stampe e ricami, parliamo di un mondo che ci faccia un po’ sognare prestando molta attenzione anche al rapporto qualità/prezzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La California ha suscitato un grande fascino sin dagli anni ’60 con la mitizzazione da parte dei Beach Boys. Ho visto un report-video del viaggio del 2007: ce ne può parlare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già nel 2003 avevamo fatto un viaggio molto avventuroso (eravamo solo in 4): dopo un tornado che aveva devastato il Messico abbiamo attraversato la California con un pick-up che non era 4&#215;4 poiché non disponibile. Un rischio sicuramente, ma anche un’avventura magica dal sapore mitico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quattro anni dopo abbiamo voluto ripetere l’avventura in 10 persone, con tappe organizzate e stabilite: abbiamo ancora attraversato il deserto vivendo giornate magnifiche sull’Oceano Pacifico e sul mare di Cortez, vivendo poi 3 giorni a Scorpion Bay. È stata un’esperienza che è rimasta dentro a tutti e che abbiamo immortalato nel video poi distribuito ad amici, clienti e stakeholder.</p>
<p><center><iframe src="http://player.vimeo.com/video/16765113?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" frameborder="0" width="400" height="300"></iframe></center></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ultima domanda chiediamo sempre al nostro intervistato cosa vuol dire secondo lui il nome del nostro portale, Contaminazioni Positive.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi evoca un confronto sereno tra spiriti liberi, tra persone mentalmente aperte disposte a un dialogo costruttivo, positivo e propositivo.</p>
<p style="text-align: justify;">a cura di <strong><a href="mailto:v.ziliani@contaminazionipositive.it" target="_blank">Valentina Ziliani</a></strong></p>
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		<title>L&#8217;Umbria emoziona Steve McCurry</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 07:47:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[MACRO]]></category>
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		<description><![CDATA[Il fotoreporter americano Steve McCurry racconta l'Umbria attraverso 100 scatti unendo arte, marketing e comunicazione. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/lumbria-emoziona-steve-mccurry">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E’ stato presentato al <strong>Fuorisalone</strong> appena conclusosi a Milano, in occasione della Design Week 2012 (17 &#8211; 22 aprile), il nuovo progetto artistico-fotografico e di marketing che vede coinvolti il fotoreporter americano<a href="http://stevemccurry.com/" target="_blank"> <strong>Steve McCurry</strong></a> e la <strong>Regione Umbria</strong>. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/steve-mccurry.jpg"><img class="alignright  wp-image-4763" title="steve-mccurry" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/steve-mccurry-300x300.jpg" alt="" width="223" height="223" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Via Bigli ha infatti  ospitato durante le affollate giornate milanesi consacrate alla creatività internazionale, lo <strong>Spazio Umbria</strong> dedicato alla presentazione al pubblico dei prodotti enogastronomici di eccellenza della regione e dei sui prossimi grandi eventi come lo Spoleto Festival, Umbria Jazz (Perugia), il Festival delle Nazioni (Città di Castello), FestArch (Perugia e Assisi), l’attesa mostra “Luca Signorelli: de ingegno et spirto pelegrino” (Perugia – Galleria Nazionale dell’Umbria) che celebrerà il grande maestro umbro del rinascimento, oltre al lungimirante progetto <strong>“Steve McCurry, Sensational Umbria”</strong> con l’esposizione in anteprima di due fotografie realizzate dal famoso fotoreporter.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>McCurry catturerà infatti l’essenza dell’Umbria in 100 scatti che potranno essere utilizzati dalla Regione nei prossimi cinque anni per la propria comunicazione istituzionale e la promozione del territorio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Steve McCurry è attualmente <a href="http://www.stevemccurryroma.it/" target="_blank">in mostra a Roma</a> (fino al 30 aprile) presso il <strong>MACRO</strong> Testaccio spazio La Pelanda con una serie di lavori significativi dedicati ai suoi viaggi in terre difficili e lontane e attraverso culture sfaccettate, insieme a una selezione di fotografie interamente dedicate all’Italia. Un’esposizione speciale poiché curata dal guru del design italiano <strong>Fabio Novembre</strong> che ha inoltre progettato il suggestivo allestimento che accompagna i visitatori nel coinvolgente racconto affidato alle potenti immagini.</p>
<p style="text-align: justify;">FB</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Intervista a Pasquale Diaferia, copywriter</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 08:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA["The Headliners". Così s'intitola il libro di Pasquale Diaferia, un omaggio a chi, come lui, scrive slogan e testi pubblicitari. O meglio, crea mitologie. <a href="http://www.contaminazionipositive.it/intervista-a-pasquale-diaferia-copywriter">[...]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/302639_2395794903810_1519087528_2488128_778074664_n.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-4705" title="302639_2395794903810_1519087528_2488128_778074664_n" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/302639_2395794903810_1519087528_2488128_778074664_n.jpg" alt="" width="648" height="432" /></a>Da quanto tempo covava l’idea di scrivere un libro sui copywriter?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è nato da una situazione di mercato che considero insostenibile per cui i creativi, che sono i veri produttori di idee per l’industria, già dalla prima metà degli anni ’90 con la separazione dei centri media dai reparti creativi, hanno progressivamente perso importanza a favore del profitto sempre più spostato verso i media. Il prodotto creativo veniva quindi venduto a bassissimo costo, facendo precipitare la reputazione di personaggi che prima erano quasi considerati dei guru creativi, come Gavino Sanna. Personalmente sto combattendo una battaglia per far sì che il prodotto creativo (e quindi la firma) non diventi alla stregua di una commodity, come il pane o il latte il cui prezzo può solamente diminuire. La situazione appare infatti demotivante: lo statuto di autore viene a malapena riconosciuto, talvolta nemmeno pagato; e ancora una frase tipica del cliente che biasimo è “Sì, ma questo lo poteva fare anche mio figlio”, simile al tipico uomo d’affari americano che davanti a una tela di Picasso esclama: “Ma perché devo pagarla 50000 dollari? C’ha impiegato un minuto a farla”. Sì, un minuto a farla, ma venti a pensarla. Il valore delle idee in quanto valore economico si è perso e io mi sto battendo per questo: avevo proposto di integrare nell’Art Director’s Club una sezione dedicata ai freelance, talenti indipendenti non affiliati ad agenzie.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea di fare un libro sui copywriter, a cui a breve seguirà un libro sugli art director, è nata proprio da questa esigenza e da questa logica: ricordare alla gente, ma soprattutto ai clienti, che chi fa questo mestiere influenza potentemente la cultura popolare da un lato; dall’altro affermare che questo lavoro è insostituibile nella costruzione della marca: senza un copywriter, così come senza un art director, le marche non riescono a diventare vive, a costruire relazioni e a dialogare con i consumatori, ma soprattutto a farsi pagare un valore maggiore, poiché si dà una personalità a un prodotto. Il libro può essere anche considerato un’applicazione di marketing perché dopo la pubblicazione molti clienti si sono resi conto che un bravo copy vale molto di più di un cattivo copy. Un altro mio obiettivo era ribadire più genericamente che i copy fanno un lavoro spaventosamente sfidante perché riassumere in tre parole una marca, una pubblicità, una promessa, una storia è complicatissimo. È un lavoro simile a quei titolisti dei giornali che possono letteralmente fare la fortuna di un articolo. Un esempio che non mi stanco mai di fare è il titolo di un’inchiesta sui fast-food comparsa anni fa in copertina sull’Espresso che recitava “Nefast-food”. È chiaro che c’era già uno sbilanciamento e un giudizio di valore, ma era un titolo che attirava l’attenzione facendo venire voglia di comprare il giornale. Uguale è il lavoro di un copy, un mestiere di grande sintesi, enormi capacità di comprensione culturale e di acquisizione, elementi che il mercato sembrava aver completamente dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima ho parlato di cultura popolare e di gente: ho fatto una decina di presentazioni del libro in Italia e, nonostante il libro fosse tecnico e specializzato, nel pubblico, che fosse Roma o Milano, Napoli, Firenze o Bologna, c’erano centinaia di persone: solo una piccola percentuale erano copy, molti erano studenti, curiosi, gente normale che mi ha chiesto domande su Carosello e Calimero e che ha della pubblicità un ricordo culturale pari alle poesie del Carducci e del Pascoli o della canzone con cui si è innamorato. Col claim, infatti, scatta un senso di appartenenza col brand: personalmente mi sento molto vicino a “Think Different” di Apple e allo spot “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=vNy-7jv0XSc">1984</a>” di Ridley Scott. Il rapporto profondo che si crea col brand valica i confini del marketing e della comunicazione per sfociare in un ambito più umano, più popolare. Ecco perché nasce un libro sui (ma soprattutto <em>per</em>) i copywriter e non solo sui 50 presenti sul libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci può raccontare qualche aneddoto dietro la realizzazione di un libro così coraggioso e curato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di aneddoti ne potrei citare a dozzine, alcuni sono citati nella mia intro al libro. Un copy s’è rifiutato di farsi fotografare motivandomi la sua scelta con 10 mail con cui si potrebbe benissimo fare un libro. Tra le 10 mail mi ha scritto un aforisma involontario che ho conservato gelosamente: “Preferisco perdere da poeta che vincere da ingegnere”. C’è poi chi ha speso 50000 battute per spiegarmi che non voleva essere nel libro per poi confidarmi di essersi pentito. Non ci sono molte donne, anche se in questo lavoro e soprattutto nei reparti creativi la presenza femminile porta sensibilità e intelligenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo le fotografie ho supervisionato tutto io dando indicazioni sulla personalità dei vari copy a chi si occupava degli scatti; i nostri fotografi, per riuscire a riassumere in un’immagine l’essenza del copy, hanno dovuto “rizzare le antenne”, avere percezioni quasi extrasensoriali. I risultati sono più che soddisfacenti, alcuni sorprendentemente intensi, alcuni nati da consigli o suggerimenti miei perché conosco le persone da anni e con molte ho un rapporto di amicizia, quindi volevo che prevalesse il lato umano su quello creativo.</p>
<p style="text-align: justify;">I miei corsi di scrittura creativa, ad esempio, sono volutamente popolari perché parto dal presupposto che la scrittura è alla portata di tutti; certo, può diventare iper-specializzata, un lavoro di grande visibilità; ma secondo me tutti possono scrivere, esprimersi attraverso la parola scritta. La condizione fondamentale per essere scrittore è avere cultura e usare la propria esperienza per leggere il mondo. Nel libro questo emerge molto: alcuni copy, a cui abbiamo dato dello spazio e carta bianca per descriversi, parlano della scrittura rivolgendosi ai giovani. Basta poco, in fondo&#8230;è necessario guardarsi attorno e pensare, fare collegamenti. Per scrivere bisogna saper ascoltare: venire a contatto con le storie di altri, ri-raccontarle, possederle e rielaborarle, questo è alla base del processo di storytelling che, nel caso del copy, dà valore e differenzia il prodotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/201110_headliners.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4733" title="201110_headliners" src="http://www.contaminazionipositive.it/wp-content/uploads/2012/04/201110_headliners.jpg" alt="" width="336" height="294" /></a>Dal libro emerge una certa difficoltà (imbarazzo, se vogliamo) a definire il copywriter, che pare qualcosa di irriducibile, un concetto <em>altro da</em>. Come mai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La definizione più bella è stata data da Pasquale Barbella: “Il copywriter è qualcos’altro”. È proprio nelle caratteristiche di chi scrive su commissione e per il commercio: non c’è l’arte a monte, anche se alcuni claim risultano avere valore artistico; non c’è il desiderio di scoprirsi intimamente, anche se poi è un modo per scoprirsi e per capire la propria strada. In questo mestiere non si fa altro che guardarsi attorno e capire l’anima di un prodotto, creando ad hoc un’emozione e una storia. Il nostro mestiere non è essere un artista, né un ricercatore, né tantomeno un uomo di marketing che analizza i numeri facendole diventare mappe: il nostro compiti è di trasformare quelle mappe in un desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché è un lavoro estremamente complesso e sfuggevole alle definizioni. Il copywriter non vende prodotti, ma crea un delicato processo mentale e delle aspettative che conducono all’acquisto. Noi creiamo mitologie, racconti non attestabili dal punto di vista della verità ma che producono un effetto eterno: rendiamo icone degli oggetti oltre l’essenza concreta del prodotto e ancor prima del design e delle linee. Trasfiguriamo un oggetto con un pizzico di poesia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Potrebbe tracciare un identikit del copy – nei suoi pregi e difetti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Emanuele Pirella mi ha suggerito che un copy deve innanzitutto giocare con le parole. Alcune parole sono meravigliose: lo spiega benissimo Rodari in <em>Grammatica della Fantasia</em> che conia un mondo fantastico chiamato Lamponia. Il mio soprannome, non a caso, è Refuso perché m’innamoro spesso degli errori e penso agli sviluppi narrativi nati da questi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pregio di un copy è un’infinita capacità di giocare con le parole, anche al limite dell’autolesionismo. Non basta scrivere bene, conoscere la retorica ed essere ciceroniano, bisogna prendere il nome del prodotto e giocarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Un difetto è che molto spesso un copy si può sentire Dio. Come tutti i grandi creatori di storie, la sensazione di sentirsi Dio è fortissima. Una bella sensazione, certo.  Comportarsi come se si fosse Dio, però, crea guai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è lo/gli slogan che avrebbe voluto scrivere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro <em>Time Is What You Make Of It</em> di Barbella, ma anche <em>Think Different</em> o <em>Think Small</em>, in generale tutti i claim che propongono un modello di vita. Io mi devo accontentare di <em>Toglietemi tutto ma non il mio Breil</em>. Cosa avrei voluto scrivere, mi chiedi. Avrei voluto scrivere slogan capaci di diventare modelli di vita, verità assolute. Le icone, infatti, sono quei prodotti che non si propongono come tali ma come modelli di vita: penso alla campagna per l’<em>Independent</em> “Don’t” oppure quella per il <em>The Guardian</em>, “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=g9YiEu6eNOA&amp;feature=related  ">The Whole Picture</a>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il modello di stile di vita non è più <em>appealing</em>, poiché crea anche una differenziazione tra consumatori. Ora le pubblicità devono aspirare a proporre modelli di vita, che è un concetto ben diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">È quello che accade ora con le pubblicità virali che non colonizzano lo spazio della gente poiché rimbalzate attivamente <em>dalla</em> gente. Solamente così si riesce a percepire che il messaggio si rivela vero, valido, e quindi un modello. Questa è la grande sfida per chi inizia a fare questo mestiere: fare pubblicità che la gente faccia propria e condivida con gli altri, quindi divenire ambasciatori della marca. Se si riesce a fare questo, si ha raggiunto il risultato: è un effetto geometrico di adozione e promozione che parte totalmente dal basso e che capillarmente si diffonde sotto forma di <em>lifestream</em> che sta soppiantando ormai il mezzo televisivo e i media tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nostro portale si chiama Contaminazioni Positive. Come ultima domanda chiediamo sempre al nostro intervistato di dirci che valore ha per lui quest’espressione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel mio mestiere sono per le contaminazioni e per le sporcature. Sono convinto che fino a quando non sarà diminuita l’importanza dell’iper-specializzazione, l’umanità non crescerà. Credo fermamente che uno scienziato debba fare surf, un musicista debba avere la cultura per influenzare la vita dei suoi fan (senza commettere l’errore di fare delle boutades). Uno dei grandi problemi e limiti della cultura italiana è la scarsa penetrabilità alle contaminazioni, soprattutto in un ambiente come quello universitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Le contaminazioni sono vitali e sono positive per definizione: non credo esistano delle contaminazioni negative. Penso che tutta debba essere contaminato per produrre errori perché dagli errori nascono poi le cose positive. Mescolare generi e culture fa parte della storia dell’uomo: se non ti lasci contaminare e rimani chiuso nella tua cultura, sei automaticamente tagliato fuori. Dobbiamo cadere nella Rete, imparare a conoscere le diversità, nutrirle e valorizzarle.</p>
<p style="text-align: justify;">a cura di <strong><a href="mailto:v.ziliani@contaminazionipositive.it" target="_blank">Valentina Ziliani</a></strong></p>
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