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20 dicembre 2011

Intervista a Roberta Maddalena, illustratrice

Prefazione:

“Un disegno è un atto d’amore”. Di questo e molto altro ancora abbiamo parlato con l’illustratrice Roberta Maddalena. [...]

Parlaci di te. Come e quando hai mosso i primi passi nel mondo del disegno, quali esperienze di formazione hanno contato per te…

Sono illustratrice da quattro anni, diciamo “ufficialmente”, dopo aver lavorato diversi anni come graphic designer. Disegnare è una cosa che ho sempre fatto, sin dai primi ricordi che ho: inizialmente era un istinto, forse un rifugio, è diventata successivamente una vera passione, che è maturata negli anni e si è interrotta per un periodo perché ho sentito la necessità di approfondire altre esperienze, come la musica. Ho ripreso in mano le matite grazie a una persona che mi ha spronato a tornare al disegno: dopo pochissimi giorni da quella presa di consapevolezza sono stata contattata dal primo cliente per una serie di illustrazioni. Così ho accettato la mia nuova identità professionale e innescato un processo di cambiamento e maturazione, in sostanza mi sono fatta carico di una responsabilità e molte porte si sono aperte di conseguenza. Un gioco, in pratica. Mi chiedo la prossima identità quale sarà…(ride).

Tutto può formare, dipende solo da noi, da quanto siamo sinceri con noi stessi, da quanto siamo pigri. Possiamo trarre linfa da tutto ciò che abbiamo a disposizione. Questa è creatività, per me. E tutti l’abbiamo. Non c’è titolo di studio che possa darti questo tesoro. Per me è stato fondamentale mantenere il distacco dall’abitudine, dai timori, dai soliti consigli rassicuranti, dai gruppi sociali. Ho seguito il mio istinto con coraggio, lasciando da parte ad un certo punto i percorsi tradizionali. Per anni ho decisamente “visto gente, fatto cose”, e approfondito argomenti che richiamavano la mia attenzione. Continuo a fare così, con maggiore lucidità.

È quasi un percorso d’analisi…

Sì…diciamo che osservo, ascolto. Mi piace ma non è un processo così presente e articolato…è piuttosto semplice, una diapositiva a fine percorso. Ma è la prima volta che ho l’opportunità di tradurre in parole quello che accade, può risultare complicato o pesante ma non lo è.

Biró, il tuo soprannome e identità artistica, da cosa nasce?

Quando ero piccola in famiglia mi chiamavano biro. Circa otto anni fa, avevo ventidue anni, suonavo dal vivo. Dovevo trovare un nome come cantautrice e pensai che il mio vero nome fosse troppo lungo o complicato, così ho semplicemente messo l’accento a biro, una decisione presa in fretta, che è piaciuta molto…le persone che mi venivano a sentire se ne ricordavano. Ho scoperto poi, durante un corso di calligrafia cinese, che Biró in cinese può essere tradotto con l’espressione “pennello che connette”, e quindi ho pensato che fosse…destino. Ora Biró è un aka, ma tra gli amici è rimasto.

Quali sono i tuoi guru creativi e le tue fonti d’ispirazione – in tutti gli ambiti?

Impegnativo. Difficile scegliere. Joseph Beuys, Marina Abramovic, Gina Pane, Laurie Anderson, Fluxus. Sono molto interessata all’idea dell’artista sociale che parla con il pubblico, punta al bene, alla verità e all’armonia, che è un “pescatore di anime”, un po’ sciamano. È qualcosa che mi ha sempre colpito. Poi…vediamo…Dalì, Rothko, Jannis Kounellis, Anish Kapoor. Tanti. Troppi! Nel cinema Jim Jarmusch, Aki Kaurismaki, Hayao Miyazaki…i primi che emergono dal caos di nomi e immagini che mi porto dentro. Floria Sigismondi, Michel Gondry. In generale tutto ciò che indaga sull’onirico o sul bambino interiore. Nel fumetto Toppi, Munoz, Eisner. Gipi, Larcenet, Bastien Vives. Nella poesia Alda Merini, Patrizia Cavalli, Lawrence Ferlinghetti. Antonin Artaud. René Guénon. Rudolf Laban, Pina Bausch, Kazuo Ohno e molti altri danzatori rivoluzionari. Giovanni De Faccio, calligrafo e amico, che a mio parere è un vero Maestro spirituale. Le grandi voci del canto.

In generale sono curiosa. Ascolto. Prendo spunto dai sogni che faccio e da molti campi: fotografia, biologia, archeologia, antropologia…cerco di lasciarmi trasportare dall’intuito e di “leggere” qualsiasi cosa. Anche la danza mi ha influenzato: mentre lavoravo sul segno, ho pensato che fosse strano sviluppare un segno senza conoscere il corpo che lo produce, perciò ho frequentato dei seminari di danza contemporanea. Ho lavorato poi con il calligrafo Ewan Clayton, che mi ha fatto rivedere il segno come conseguenza diretta della meccanica del corpo, e inscindibile da essa. Ogni attività che facciamo richiede un riscaldamento perché il corpo sia rilassato e presente, partecipe. Uno degli ultimi film visti, che mi ha emozionato, è appunto il film di Wenders su Pina Bausch. Ho ritrovato un sentire che avevo un po’ scordato: l’essenza di tutto è fare le cose con amore.

Come racconteresti il tuo processo creativo?

Faccio una distinzione: ci sono lavori che non hanno tempo di essere pensati – e quindi devo lavorare in maniera veloce e molto puntuale. Quando invece ho la possibilità di avere più tempo, non tocco il foglio e aspetto; succede qualcosa e inizio a disegnare. Le idee migliori arrivano di notte prima di addormentarmi ed è in realtà il momento meno adatto, perché se non prendo nota rischio di dimenticarmi tutto; oppure arrivano nei momenti più impensabili, quando faccio la spesa ad esempio. Quando si vuole avere a tutti i costi un’idea, invece…si rischia di aspettare una vita!

Purtroppo di solito ho poco tempo per lasciare fluire e maturare i pensieri e l’ispirazione, di tradurre in immagini sensazioni interne; al tempo stesso mi piace risolvere un problema nell’immediato e trovare una chiave d’interpretazione, una tecnica e un messaggio efficaci nel minor tempo possibile: uno è più psichedelico, l’altro sicuramente adrenalinico.

Ascolti musica quando lavori? E cosa preferisci? Che rapporto hai con la musica? Ho visto che hai realizzato parecchie cose – sia copertine che ritratti.

Se ascolto musica mentre disegno?… beh, dipende dai momenti: se devo preparare la copertina di un disco ascolto il disco fino allo sfinimento e cerco di capire l’anima del progetto; se il disco non mi piace non disegno, perché non c’è compatibilità: preferisco non mettere le mani su un lavoro che non sento. Nemmeno decido… proprio non ci riesco! Se il disco mi piace mi lascio letteralmente circondare dalla musica. Per i disegni non musicali preferisco invece il silenzio, non voglio distrazioni: una volta che ho trovato la strada posso anche ascoltare musica. È necessario per me avere dei momenti di raccoglimento, in cui sono sola con il progetto.

Sempre parlando di musica, che per me è vitale, ho “assaggiato” diversi strumenti, per qualche anno ho studiato violoncello, poi ho dovuto accantonarlo con rammarico per questioni di tempo. Lo strumento fondamentale per me è la voce, il canto. Ho studiato canto armonico, musica indiana, tradizionale italiana e fatto corsi lontani dall’idea occidentale di canto. Ultimamente ascolto Little Dragon, Radiohead, Massive Attack, Unkle, Michael Andrews, Apparat… musica elettronica soprattutto. Da due anni lavoro con Francesco Arcuri, musicista che collabora con Vinicio Capossela e Paolo Rossi, insieme abbiamo composto un ep che uscirà a breve.

In alcuni dei tuoi disegni si respira un’atmosfera liberty, erotica, molto sensuale e carnale, le linee sono fortemente sinuose, dinamiche ed eleganti.

Le cose carnali o erotiche che tu puoi aver visto… me le hanno chieste. Non mi dispiace che emerga questo aspetto perché è qualcosa che fa parte di tutti noi. Per Paolo Benvegnù ho realizzato una copertina a partire dai testi, sofferentemente erotici, quindi non ho fatto altro che tradurre quelle sensazioni in immagini; a distanza di tempo mi hanno chiesto il motivo di quella copertina (che è stata anche censurata, alla prima uscita) e posso dire che tutto è fluito in modo naturale, non c’è nessuna intenzione di provocare. Per quanto riguarda il segno liberty/art nouveau/da “secessione viennese” posso dirti che è sicuramente un ritorno di ciò che ho studiato al liceo, periodo in cui ero ossessionata dal segno di Klimt e Mucha, artisti che hanno anche lavorato profondamente sul corpo femminile, in modo diverso. È un tema che ora torna. Mi sembra molto naturale che emerga, mi piace che avvenga.

Ci puoi raccontare della nascita del disegno della copertina di La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides?

Nel caso della copertina del romanzo La trama del matrimonio di Eugenides mi hanno chiesto una copertina sensuale; da questa richiesta è nata una danza di tre corpi avvolti da fasce rosse di tessuto/carne.

Ho lavorato tutto agosto a quel disegno, cercando di trovare delle soluzioni. Ero in contatto con l’art director e con l’editor di Mondadori che parallelamente dialogavano con l’autore; non so se sia piaciuta a Eugenides stesso, sono molto curiosa! Le reazioni del pubblico italiano sono più che buone, la copertina rimane impressa, attira ed emoziona e per me è una grande soddisfazione.

C’è un tuo disegno di cui sei particolarmente soddisfatta?

Non sono mai pienamente soddisfatta perché ogni volta che finisco un disegno mi ritrovo cambiata e mi vengono in mente mille altre idee…

Ultimamente sto dipingendo sia in digitale che in analogico: sto recuperando la dimensione intima dell’attesa, della pazienza e del silenzio e posso dire di essere soddisfatta. Il disegno è una traccia che lascio di me, esperienza ed errore, rifiuto e accettazione, e quindi ascolto, e analisi; quando creo senza committenza mi interessa il risultato quanto il modus operandi. Disegnare è un processo intimo, ma c’è un momento in cui il disegno, quando è finito, si stacca dal suo creatore e si apre al mondo, ampliando il raggio dello scambio. Lì diventa atto d’amore.

Cambia il tuo approccio creativo quando devi lavorare in ambito pubblicitario?

Certo, cambiano i tipi di disegni e il tempo di gestione. Sono comunque coinvolta, anche se è un disegno commissionato – per la pubblicità o per l’editoria, due mondi che non distinguo nell’approccio. Per me il disegno rimane disegno, puro “fare”, e lavorare con dignità significa essere in grado di fare qualsiasi tipo di disegno in ogni ambito senza fare gli snob: tutto è esperienza, sfida e gioco, una prova continua. Se non sento intimamente un lavoro preferisco passarlo. In Italia sono le persone che “fanno” il lavoro…mi ritengo fortunata: ho lavorato spesso con persone molto professionali e piacevoli nel modo di porsi all’interno del progetto.

C’è qualche nuovo illustratore che vorresti segnalarci?

Ne approfitto per parlare di una rivista indipendente d’illustrazione, nu®ant, con cui ogni tanto collaboro e che è gestita e pensata da persone davvero speciali. Proprio quest’esperienza mi ha fatto conoscere illustratori bravissimi, come Riccardo Guasco e Gianfranco Enrietto, con i quali ho condiviso una performance.

Vorrei segnalare anche Martina Merlini e Tellas, Cristina Amodeo, Gaia Stella, Virgilio Villoresi.

Comunicare – quanto è importante per te? E cosa intendi con questo concetto? Come è possibile creare un buon disegno (a livello estetico, formale, contenutistico), che sia efficace nella comunicazione?

Quando io e Alienatio abbiamo realizzato il video per la canzone Respiro de Le Vibrazioni, band con cui mi sono trovata benissimo, umanamente e professionalmente, ho sviluppato un’idea sul tema del viaggio e dell’evoluzione. Alcune persone mi hanno confessato che hanno vissuto quel viaggio in prima persona e alla fine si sono sentite bene, libere, non più sole. Non me l’aspettavo, non così…perché non avevo deciso o pensato di passare un messaggio spirituale così forte…eppure è arrivato. Quando accade è una grande sorpresa. Un dono che torna. Nei miei disegni tento di mettere tutto l’amore possibile.

Riguardo invece alla capacità di creare un buon video a livello comunicativo, è possibile farlo se si coltiva il proprio spirito di osservazione e se si è formati sulla composizione dell’immagine, la scelta del colore, il ritmo… rispettando quindi regole di comunicazione.

Però…distinguiamo tra disegno commissionato e disegno libero. Un disegno con committenza è un compromesso fra te e la richiesta. Ho visto disegni commissionati bellissimi…ma vuoti, freddi. Perfetti per la destinazione d’uso. Ma? Si perde un’opportunità, dal mio punto di vista. Ma poi…va bene anche perderla. Non ci sono obblighi. Certo un po’ più di bellezza e poesia ci vorrebbe, ora, in Italia, e non si tratta di passare chissà quale concetto, basterebbe così poco…

Nel disegno libero puoi comportarti come ti pare, essere frivolo, fare esercizi di stile, lavorare intorno a un messaggio forte…“se stessi” in fondo è il peggior committente! Una cosa che ho imparato a fare negli anni è fregarmene dell’idea di perfezione che mi era stata passata nel periodo del liceo, per cercare di indagare le mie modalità; certo puntare alla perfezione è un ottimo allenamento per il segno, può essere una fase, ma non dobbiamo mai dimenticarci della nostra umanità. È un limite, sì, ma prima del muro ci sono incredibili possibilità. Ora mi interessa di più guardare un disegno genuino, fresco, anche se tecnicamente “imperfetto”. Ho studiato i disegni dei bambini, gli archetipi…ho provato a giocare con i segni puri e a riconsiderare l’errore. E dall’errore solitamente nascono intuizioni formidabili.

Per info: www.robertamaddalena.com

a cura di VZ

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